Citazione

Nello spirito laico e nella fede — Non è questo il tempo di tacere

Nel suo bellissimo libro La cultura greca e le origini del pensiero europeo Bruno Snell ci racconta che, almeno a partire dal IV secolo a.C. e sotto l’influsso dei Sofisti, si comincia a pretendere dall’uomo colto il rispetto dell’uomo in quanto tale. Cultura diventa quindi un sinonimo di umanità. E pare proprio che l’idea di […]

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PRIMA FU LA VOLTA DEI MIGRANTI Inchiesta sull’Europa dei muri

“Questa è una inchiesta che racconta di una frontiera. Una frontiera voluta dall’Unione europea in vent’anni di summit ad alto livello a sigillare il perimetro esterno dei suoi stati. […] Quando e dove si è stabilito di realizzarla? Quanti uomini, militari e operai ci lavorano? Quanto filo spinato è stato srotolato per il suo percorso? Quante navi sorvegliano il mare? Quante milioni o miliardi di euro costa, ogni anno, mantenere e rafforzare questa enorme struttura? Chi conosce i nomi di coloro che presero questa decisione? ci fu qualcuno che ebbe il coraggio di opporre un “no”? E, infine: quali sono i veri obiettivi di questo gigantesco recinto europeo?”

10 maggio 2019

Una lezione in forma teatrale che vuole rendere memoria di scelte, responsabilità e fatti che in vent’anni di storia hanno caratterizzato le politiche europee in materia di migrazioni e asilo. Partendo dal Consiglio europeo di Tampere del 1999, passando attraverso la crisi europea dei profughi cominciata nel 2011, per arrivare fino alla poco nota adozione della Tabella di marcia di Bratislava (2016), due narratrici, precedute da un prologo in video, incroceranno la voce dell’Europa dei diritti negati con quella delle vittime.

Ricerca e testo: Rigallo Davide
Collaborazione alla raccolta delle testimonianze: Suad Omar
Elaborazione drammaturgica: Gabriella Bordin, Elena Ruzza
Poesie di Suad Omar
In scena: Suad Omar Sheikh Esahaq, Elena Ruzza
Prologo in video : Giorgia Beccaria, Ilias Bekkali ,Felix Caluori, Adelina Dumitru, Xi Hu ,Muna Khorzom, Ikram Mohamed, Ayoub Moussaid, Ivana Nikolic, Sara Outabarrhist, Marlene Palomino, Klevisa Ruci, Oumar Sanogo, Lamin Sidi-Mamman, Jacopo Volpi, Luisa Zhou.
Regia e coordinamento: Gabriella Bordin
Immagini e video: Francesca Gentile
Video prologo: Anna Sofia Solano
Ricerca musicale : Elena Ruzza

 

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Un nuovo rinascimento europeo? Le ragioni di un no all’appello di Emmanuel Macron ai cittadini europei — La Porta di Vetro

C’è il nazionalismo “sovranista” di chi si oppone al progetto politico dell’Ue in nome di supposte identità particolari e dell’intangibilità delle (proprie) frontiere. E c’è il nazionalismo “continentale” di chi quel progetto lo vuole alterare per rispondere, in qualche modo, alla sua crisi, facendone un corpo securitario, ben perimetrato e controllabile. 922 altre parole

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QUARANTANOVE NAUFRAGHI

hands-1230688_960_720Questa volta l'”invasione” è solo di quarantanove “clandestini” (con riluttanza e virgolette, uso la vulgata degradante che si è imposta sui media). Ma spaventa l’Ue ben più di una flotta nemica.

Il copione che va in scena somiglia a una stanca ripetizione, un déjà vu ossessivo e drammatico, un paradossale disco rotto: i naufraghi (chiamiamoli così, come si dovrebbe) recuperati in mare da due navi umanitarie, gli SOS per attraccare, i porti negati, le frontiere blindate, gli Stati riluttanti (Malta, ma non solo), l’Ue con la testa nella sabbia, silente, fino a che, costretta da voce di Papa (non l’unica, certo, ma senza dubbio la più autorevole), non può fare a meno di uscire goffamente allo scoperto, balbettare qualcosa, decidersi a darsi da fare con gli Stati che la compongono.

In questo grottesco teatrino, i naufraghi e le navi che li hanno salvati sono trattati impudicamente come un “mezzo”, ridotti a ostaggi per obiettivi apparentemente di corto raggio, come quello della ridistribuzione dei richiedenti asilo fra tutti gli Stati europei (secondo l’ormai annosa e perennemente infranta Agenda europea sulla migrazione). Sappiamo bene che dietro questo obiettivo si nasconde ben altro, ossia tutta la politica europea di rafforzamento militare delle frontiere esterne, a cui, nella prossima legislatura, l’Ue direzionerà suppergiù trenta miliardi del suo bilancio, con grande impiego di mezzi e uomini ai confini terrestri e marittimi. Sappiamo altrettanto bene che, nella strategia per realizzare questo fine, la linea della “fermezza” verso tutti quei soggetti che “disturbano” le operazioni comunitarie di controllo del Mediterraneo, come le navi Ong, risulta condivisa dalla maggioranza dei Governi Ue, al punto da avallare congetture sulla complicità con le reti di trafficanti.

immagine1Tuttavia, di fronte alla vicenda dei quarantanove naufraghi a bordo della Sea Watch e della Sea Eye, viene da chiedersi chi, alla fine, potrà perderci di più, giacché è la stessa credibilità delle istituzioni europee che sta tragicamente capitolando (o è già capitolata). Quand’anche (come spero) ci sarà un esito positivo, l’impressione è che la sutura non basterà a cancellare la ferita. Anzi!

A mia memoria, è la prima volta che un Pontefice richiama l’Ue in maniera diretta e in due occasioni pubbliche (ricordo, soprattutto, l’udienza con le Autorità diplomatiche di lunedì scorso) ai suoi doveri di solidarietà. Spesso, infatti, abbiamo ascoltato la voce papale (non solo del regnante Pontefice) rivolgersi a parti in conflitto (pensiamo solo ai tanti Stati in guerra in Africa, nel Medio Oriente, in Asia) in nome del rispetto dell’umanità: mai, però, all’Unione europea in queste forme anche ufficiale. Come se l’Ue fosse un complesso di Stati in lotta contro dei “nemici”, o meglio, contro una parte di umanità considerata come una minaccia: i “migranti”.

Nelle ore di silenzio che sono seguite al duplice appello papale sta tutta la debolezza (neanche più ipocrita) dell’Ue. O, per dire meglio, di chi sta rappresentando queste istituzioni in questo momento storico. Non regge l’affermazione che la diplomazia richiede “tempo e silenzio”, come se si trattasse di stipulare un trattato (di pace?) con Malta (e con altri Stati avversi all’accoglienza) per fare rispettare il Codice Schenghen e l’ormai oltraggiato piano europeo di ripartizione dei migranti. Non regge perché, in questo come in altri casi, è la coscienza stessa dell’Ue, il suo DNA politico che viene messo tragicamente in discussione, alla stregua un’opzione irrealizzata e irrealizzabile, di una contraddizione che nega il soggetto stesso per cui è stata nata: la persona.

immagine2Persona: la parola figura nella stessa definizione dell’Unione europea (in quanti la conoscono?). E’ indicata come il “centro” dell’azione dell’Ue. Vale per tutti gli esseri umani, al di là della provenienza, della nazionalità, dello status giuridico o di qualsiasi altro fattore di differenza. Vale anche per i quarantanove naufraghi salvati nel Mediterraneo, che in questo drammatico gioco, gli Stati Ue stanno trattando come mero oggetto di baratto. Comunque vada a finire, giocando con le loro disperazioni, mettendo tra parentesi le loro vite, l’Ue sta mettendo tra parentesi se stessa e i diritti di tutte le persone che, adesso, in questo istante, vivono in Europa. E’ la posta in gioco più grande di questa vicenda (come di altre, purtroppo, simili): la posta per quale varebbe ancora lottare per un progetto d’Europa apertamente contrastato dai suoi Stati in nome di interessi nazionali.

DR 9/01/19

 

 

PRIMA GLI ITALIANI? Contraddizioni e pericoli di uno slogan

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Prima gli italiani!

Prima dei “clandestini” (lemma onnivoro dove si “ammassano” richiedenti asilo e imprecisate tipologie di migranti), dei “rifugiati”, degli “apolidi”, dei “nomadi”, di chiunque non possieda, giuridicamente, la cittadinanza italiana, di qualsiasi persona non abbia sul passaporto l’aggettivo “italiana” alla voce nazionalità. Di qualunque “straniero”, insomma.

Prima gli italiani, dunque. Ma di quali italiani si va parlando? Di tutti? Di una parte? Di una porzione, magari ideologicamente ben fidelizzata? E poi: quali vantaggi reali può dare un primato di appartenenza nazionale che la Costituzione non ha mai postulato, evitando di aggiugere l’aggettivo italiano alla parola cittadinanza? Quali guadagni economici potranno concretamente derivare agli “italiani” (plurale generalizzante)  da ciò che si prospetta funzionale a codesta primazia? Ossia: dalla chiusura delle frontiere esterne, dalla stretta su visti, su permessi di soggiorno e riconoscimenti di cittadinanza, da strumenti di controllo sempre più polizieschi su persone e gruppi la cui accoglienza è, ad oggi, delegata soprattutto a soggetti del terzo settore (laici, religiosi, umanitari in generale), il cui personale risulta in massima parte composto proprio da cittadini italiani? Soggetti, ancora, coinvolti quasi sistematicamente nelle emergenze, a diretto contatto con le situazioni più critiche, mal retribuiti (poco e quasi sempre in ritardo) dagli organi statali  e, da un po’ di tempo, tacciati pure di oscure (e improbabili) complicità o correità.

Forse varrebbe la pena di porre la domanda in altri termini: quali italiani potranno guadagnarci e quali, invece, avere la peggio da una stretta su accoglienza e integrazione fatta in nome di un ostentato primato nazionale? Una domanda che si consuma tutta nel perimetro della cittadinanza nazionale, dal momento che appare scontato il prezzo che dovrà pagare chi italiano non è. Per logica, a guadagnarci dovrebbero essere, in primo luogo, gli organi di controllo: dalle polizie frontaliere alla Guarda costiera, al sistema delle Questure e delle Prefetture che, negli ultimi anni, hanno visto notevolmente ampliate le loro competenze in materia di migrazioni e asilo. A tale estensione operativa dovrebbe infatti corrispondere un aumento delle risorse (economiche prima di tutto, quindi anche di mezzi e di personale), per altro in linea con l’orientamento securitario europeo che mira a perimetrare le frontiere esterne e a impermeabilizzare le sue nazioni.

Nella coperta sempre più corta del bilancio nazionale, a farne le spese saranno, invece, proprio i soggetti del terzo settore. Si tratta di quei soggetti che, nel corso degli anni, hanno evitato l’insorgere di conflitti, contrastato la dispersione umana dei migranti, offerto vie (per quanto strette) di integrazione nel rispetto di una legalità non sempre solidale. Che hanno cercato di arginare le devianze verso criminalità, violenza e sistemi di sfruttamento. Che hanno declinato competenze specialistiche (mediche, psicologiche, antropologiche, sociologiche) a servizi spesso di pura “supplenza” rispetto alle funzioni dello Stato. Che hanno attutito l’impatto dell’accoglienza su Comuni ed Enti locali, abbondantemente ridotti di risorse. Che hanno permesso lo sviluppo e l’impiego di mediatrici e mediatori culturali, figure chiave per l’accoglienza e l’integrazione, sovente presentati come semplici traduttori, in realtà autentici “vettori di democrazia” presso i gruppi di migranti. Di tutti costoro si potrà fare senza?

Prima gli italiani, dunque: ma non tutti. Lungi dall’essere inclusiva, la logica del primato nazionale è profondamente divisiva. Ammettendo una linea verticale di subalternità, crea le condizioni per i contrasti e conflitti, essa mina alla radice la convivenza sociale, nega il carattere universale dei diritti della persona. Ecco allora il contesto che vede poveri italiani contro poveri migranti, lavoratori italiani contro stranieri e via di questo passo. Le conseguenze sono nelle espressioni che si sentono quotidinamente, negli atti viscerali e violenti che si succedono, nelle scelte politiche che si stanno adottando.

Prima gli italiani, allora, ma non tutti. Fuori dal gruppo predominante, insieme a migranti e affini, sono tutti quelli che con i profughi ci lavorano, in quei luoghi di sutura dove la coscienza dei diritti si misura quotidianamente con la sua applicazione. Tutti coloro – e sono tanti – che, per vocazione o per professione, agiscono criticamente verso le strutture di potere, guardando ai bisogni della cittadinanza a partire dalle persone più deboli. Adesso – anche per sovraesposizione mediatica – sono i migranti e i richiedenti asilo. Presto, con l’affermarsi di questa logica escludente, il cerchio si allargherà ad altre fragilità sociali, ad altre figure fuori dall’integrazione che domandano assistenza e non si possono cancellare dal corto orizzonte. Nella logica primaziale che va affermandosi è il terzo settore a perderci.  Le sue istanze faticano a diventare politica. La sua stessa realtà rischia di venire soppressa, schiacciata da più parti, non ultima quella dell’indifferenza. Poco importa del patrimonio che si disperde, dei servizi che si chiudono, dei disoccupati (italiani) che si creano.  Perché c’è chi pensa, purtroppo sempre più seriamente, che di questi italiani “impegnati” si può fare tranquillamente senza.

 

DR, 07.09.2018

 

QUELLO CHE NON SI SCRIVE SULLE DISCRIMINAZIONI VERSO I MIGRANTI. Considerazioni per la Giornata internazionale contro il razzismo

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Un esperimento. Una prova. Una provocazione. Non vorrei dire una sfida (ma forse lo è).

Se chiedessimo a qualche personalità politica che, a vario titolo, si occupa di migrazioni, asilo, accoglienza e temi collegati, cosa sia la “road map” di Bratislava, dubito che riceveremmo risposte precise. O, più semplicemente, che riceveremmo risposte.

Spiace. Non tanto perché la mancata risposta rivela un’ignoranza (non si può certo sapere tutto a questo mondo, neanche sulle materie che si ha il compito di governare), ma perché questa ignoranza è assai poco innocente, giacché evita di individuare l’attuale e vera radice politica delle discriminazioni contro i migranti, e riduce, un po’ comodamente, le strategie antirazziste ad azioni di corto raggio, ad obiettivi precari e limitati, buone azioni o gentili concessioni che non frenano minimamente il vento xenofobo che soffia forte da e sull’Europa.

Road Map di Bratislava, altrimenti detta “Dichiarazione della Tabella di marcia”, firmata il 16 settembre 2016 dai ventisette stati dell’UE nella cornice un po’ gotica del Castello di Bratislava, capitale della Slovacchia. Il vento xenofobo ed espulsivo si concentra in questo breve documento europeo, che ha segnato all’unanimità il verso delle politiche migratorie a cui assistiamo impotenti (o arresi?). Non è il primo documento in questo senso, ma è quello più risolutivo, determinante e temporalmente vicino. Tutto ciò che abbiamo visto accadere dopo (dalle accuse alle Organizzazioni umanitarie sino al recente “reato di salvataggio”, senza dimenticare le detenzioni illegali, le barriere antimigranti alle frontiere, i refoulements mascherati ecc.) trova un perché nelle sue righe. Un perché certamente aberrante, che tuttavia va conosciuto per essere denunciato e contrastato. Al contrario, sarà sempre un protestare al vento, anche quando animati da convinzioni etiche profonde (piaccia o no, l’efficacia della protesta va messa sul peso delle scelte).

Stupisce – ripeto – che un documento così importante per le politiche europee e nazionali passi sistemanticamente sottotraccia nel dibattito politico e culturale. Facciamo caso: quante volte ne abbiamo sentito parlare dagli esperti che affollano le tante occasioni di confronto sul tema? Quanta attenzione ha ricevuto dall’informazione? Chi  sta spiegando le conseguenze di quelle decisioni sulla pelle già martoriata dei profughi?

Eppure, il documento non è per nulla misterioso o difficilmente consultabilie. Lo si può scaricare senza troppa ricerca dal sito del Consiglio europeo, cliccando sul link: http://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-future-reflection/bratislava-declaration-and-roadmap/. Il suo testo, inoltre, risulta particolarmente schematico e sintetico, cosa che dovrebbe facilitare la sua lettura e, ancor di più, la sua comprensione.

Ecco qualche esempio della sua didascalica pragamaticità (riporto i passi con fedeltà: potete confrontare con l’originale). Diagnosi: “Molte sfide comuni ci attendono: cittadini preoccupati dalla percezione di una mancanza di controllo e da paure riguardo a migrazione, terrorismo e insicurezza economica e sociale.” Obiettivo: “Non consentire mai la ripresa dei flussi incontrollati e ridurre ulteriormente il numero dei migranti irregolari.” Misura concreta: “Patti sulla migrazione per la cooperazione e il dialogo con i paesi terzi volti alla riduzione dei flussi di migrazione illegale e all’aumento dei tassi di rimpatrio”. Misura concreta: “Pieno impegno ad attuare la dichiarazione UE-Turchia e sostegno continuo ai paesi del Balcani occidentali“. Misura concreta:  “Impegno già da oggi di alcuni Stati membri a offrire assistenza immediata per rafforzare la protezione della frontiera bulgara con la Turchia e a continuare a sostenere gli altri Stati in prima linea”. Via da seguire: “Bratislava è solo l’inizio di un processo.” [Aggiungo io, a margine. ‘Omissioni volute: “Qualsiasi riferimento ai diritti fondamentali“.]

Come si vede, il testo è decisamente assertivo e non può essere accusato di ambiguità. L’orientamento securitario (ed anche espulsivo) è tracciato senza margini di interpretazione o attenuazione, del tutto privo di quegli arzigogoli che spesso edulcorano il linguaggio politico nostrano. Sintetico fino allo scheletro, senza preamboli, chiose, note  in calce o similia: le “espressioni” ordinano, dispongono, stabiliscono azioni, lasciando fuori la discussione, l’opinabilità, il confronto. Un tono – passatemelo – più da caserma militare che da Consesso politico. Che però, proprio per la sua facile comprensione, aggrava il fatto che non vi si voglia fare riferimento.

Va detto con fermezza: la radice del corso xenofobo che attraversa l’Europa non sta soltanto in sentimenti di pancia, viscerali e sempre più diffusi, spesso pericolosamente alimentati da violenze e cavalcati da propagande sguaiate. Questa radice è scritta ufficialmente, condivisa e pubblica. La si trova espressa, senza pudore, in documenti europei sottoscritti dagli stati all’unanimità come la Road Map di Bratislava, in una pletora di Accordi e Direttive facilmente reperibili sul web,  la cui rimozione dalla conoscenza (e dalla coscienza) rende complice anche chi non ne è autore.

Ho parlato di una sfida per la Giornata internazionale del 21 marzo. In realtà, le sfide sono molte e tutte legate tra loro. Quella di conoscere bene i documenti che certificano l’opzione securitaria dell’UE in materia di asilo e migrazione non è che la premessa di un’altra, più profonda: quella di smettere di dichiararsi antirazzisti punto e basta, come se le discriminazioni razziali fossero effetti senza cause volute, senza intenzioni politiche precise. E questa seconda, a sua volta, non è che la condizione di una terza sfida, essenziale e decisiva: denunciare le politiche UE in materia di asilo per quello che sono, ossia discriminazioni, e rompere politicamente con un verso che ci sta inghiottendo tutti – profughi, migranti e nativi, europei, africani, accomunato in un destino che vede al suo fondo la perdita dei diritti fondamentali.

Una partita che richiede coraggio. Una partita che non ammette retorica. Tutta da cominciare.

 

Davide Rigallo

21 marzo 2018

 

 

 

 

 

 

 

A Tallinn, dove il mare non porta con sé i corpi dei profughi

Refugie_Choucha_Tunisia_1A Tallinn, le onde non trascinano mai a riva cadaveri irriconoscibili di donne e di uomini annegati. Nel suo porto non approdano imbarcazioni alla deriva, né si soccorrono superstiti di naufragi, né si guarda negli occhi chi ha attraversato fortunosamente le sponde di uno stesso mare, stipato su un barcone stracolmo per scampare a guerre, persecuzioni, fame o altro tipo di morte. Quelle dell’Estonia sono acque gelide e piane, distanti, non solo geograficamente, dai marosi del Mediterraneo, con i suoi canali irrequieti quasi quotidianamente insanguinati da stragi di migranti in fuga. Naufragi che, dietro il filtro degli schermi televisivi, sembrano divenuti  per gli occhi europei una visione ormai abituale, sempre più anestetica, fredda, scontata.

Proprio a Tallinn, il 6 luglio scorso si è svolto il Vertice informale dei Ministri dell’Interno del Consiglio dell’UE, con oggetto, ancora una volta, l’emergenza degli arrivi dei migranti sulle coste dei Paesi più protesi nel Mediterraneo: l’Italia e la Grecia, in primo luogo. L’esito del Vertice è noto: la proposta italiana di mettere a disposizione degli approdi nuovi porti di altri Paesi UE (come la Francia e la Spagna) non ha avuto successo. Si sono invece approvati nuovi finanziamenti alla Guardia Costiera della Libia per controllare (ovvero: impedire) le partenze dei migranti verso l’Europa, l’adozione di un codice di comportamento per le Ong impegnate nei salvataggi (dopo le accuse di Frontex, sostanzialmente avallate), e l’attuazione di forme di rimpatrio nei Paesi d’origine dei migranti risultati non regolari. Nessun vero richiamo al quadro dei diritti fondamentali, al rispetto della Carta di Nizza e della Convenzione di Ginevra.

C’è chi ha parlato di sconfitta dell’Italia e chi di sconfitta per l’Europa, come in una partita di interessi tra un’entità nazionale e la comunità sovranazionale di cui fa parte. Una partita che si è giocata – è bene sottolinearlo – su uno stesso orientamento politico, quello securitario, che da oltre 17 anni domina le politiche europee sull’immigrazione e che nella Road Map di Bratislava (ottobre 2016) ha ricevuto il suo più recente e decisivo avallo. A questa sorta di pensiero unico reso negli anni indiscutibile e inviolabile, che vede nelle politiche di difesa la principale risposta da dare ai flussi migratori, appartenevano tanto la proposta italiana di regionalizzare gli arrivi, quanto le decisioni del Consiglio dell’UE. La sconfitta italiana può solo misurarsi sulle modalità di attuazione di queste politiche, ovvero sulla mancata condivisione degli oneri dell’accoglienza tra i vari Paesi UE: non su altro, non essendoci stata proposta in grado rompere il disegno securitario degli Stati (su questo, invece, andrebbe giocata una vera partita politica europea!).

Con sostanziale coerenza, a Tallinn, si è nuovamente ripetuto ciò che va in scena da oltre 17 anni nei diversi consessi europei e che ha visto via via affermarsi prassi sostanzialmente espulsive, direzionando fior di fondi ai mezzi militari per il controllo delle frontiere esterne, ribaltando il senso originario dell’acquis di Schengen, arrivando addirittura a spostare la frontiera al di là dell’Europa, nei paesi di provenienza dei migranti – ora in Libia, ora in Etiopia, ora in Niger, ora in Turchia – per impedirne la partenza o interromperne il transito.

A Tallinn, ancora una volta, ad uscire veramente sconfitto è stato il sistema dei diritti fondamentali della persona (non solo dei migranti), che ha visto di nuovo prevalere gli interessi di forze nazionali e comunitarie di controllo (sulle frontiere, sugli ingressi, sulle persone in cerca di protezione) su un lavoro politico e legislativo faticosamente costruito negli anni per garantire universalmente la protezione delle persone in fuga.

L’asilo è un diritto di tutti, dei profughi di ieri, di oggi, di chi ne avrà bisogno domani. Negarlo a chi ne fa richiesta adesso significa privarlo a noi tutti domani. Sembrerebbe una verità scontata, indubitabile, incontrovertibile: purtroppo, non lo è. A Tallinn, come nei precedenti consessi europei, è mancata la coscienza politica di questa verità.

DR

LO “SCANDALO” DI FRANCESCO TRA I PROFUGHI DELL’ISOLA DI LESBO

Più che nelle dichiarazioni, lo “scandalo” (evangelico sensu) sta nel gesto fisico compiuto: un Romano Pontefice che scende materialmente, insieme alla Chiesa d’Oriente, dove la coscienza europea assiste arrendevole (e, talvolta, complice) alle catastrofi umanitarie in corso per incontrare le donne e gli uomini che ne sono vittime. Di più: un Romano Pontefice che rientra in Vaticano dai campi di Lesbo con tre famiglie di rifugiati siriani di religione musulmana e ne garantisce l’asilo.

Uno “scandalo” complesso, quello di Francesco, cha dà corpo con l’azione alle esortazioni verbali sull’accoglienza e alle condanne dei muri e delle barriere alzati da più stati europei contro le disperate pressioni dei profughi. Che si oppone, più di tanti verbosi richiami, alla ormai cronica inerzia dell’Ue e al suo imbarazzante arrendersi di fronte all’imporsi di risposte espulsive e alla dichiarata impossibilità (politica, ben prima che pratica) di ospitare masse di persone in fuga da Paesi precipitati nelle guerre. Che cerca di sopire, all’interno delle Conferenze episcopali nazionali, le voce dissonanti che, qua e là, si levano sulla questioni profughi (per intenderci, quelle espresse dal primate d’Ungheria, cardinale Ërdo, o quelle, meno recenti, del cardinale tedesco Reinhard  Marx). Che mostra come la teologia della “misericordia” possa tradursi in vera e propria prassi – operativa, quindi politica -, anche in risposta a coloro che limitano le motivazioni umanitarie alla valutazione razionali (“non si tratta solo di guardare alla carità, ma anche alla ragione”, sembra avere detto il cardinale Marx).

Di fronte all’insufficienza delle parole e alla tollerata tracotanza degli interessi nazionali, l’attuale Papa oppone la tangibilità dei propri atti, utilizzando tutto il corollario mediatico per incidere su coscienze individuali e governi nazionali, e mettendo in gioco la sua stessa persona.

Capiremo prossimamente quale incidenza avrà avuto questa azione. Al momento, essa interpella la coscienza laica – il cui  cammino filosofico e storico ha portato, tra le tante cose, alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) e, in anni recenti, alla formazione dell’Unione Europea – su questioni fondamentali che sarebbe bene non rimuovere sotto il tappeto, come si fa con la polvere e le cose disturbanti.

Per esempio: quanto resta, nell’attuale processo di integrazione europea, del suo originario progetto di pace, di cui il concetto giuridico di asilo è elemento sostanziale? E in che modo può essere ripreso, attuato, imposto alle politiche nazionali, per non vedere l’ideale d’Europa inquinato, o, peggio, pervertito da interessi particolari contrari ai suoi valori fondanti? Per non essere, cioè, costretti a dovere scegliere se essere “europeisti” o anti-xenofobi?

“Scandalosamente”, la voce e i gesti di Francesco non intendono sostituirsi alla ragione laica, né denunciare la sua insufficienza  e quella dell’ordine dei diritti che su di essa si fonda. Diversamente da papa Benedetto XVI, ossessionato dal pericolo di un relativismo figlio diretto della ragione illuminista, in Francesco la coscienza religiosa non contrasta quella laica, ritenuta produttrice di pericoloso relativismo, ma vuole cooperare con essa, aiutarla a discernere secondo i suoi stessi principi, a recuperarli come in una salutare palingenesi. “Scandalosamente”, allora, i gesti di Francesco intervengono per sollecitarla all’azione, a uscire dalla paralisi autoreferenziale in cui si trova, a misurarsi con verità di fatto concrete, drammatiche, spesso disperanti, come le guerre e le fughe, al di là di disegni precostituiti a tavolino. Perché è solo nella salvezza e nella dignità della vita umana – e non negli interessi squilibrati dei suoi stati – che ne può andare di un progetto politico ambizioso come quello europeo, che pone al suo centro i diritti della persona.

Davide Rigallo

PAROLE DI PONTEFICE, PAROLE DI ALTO RAPPRESENTANTE UE

C’è stato un tempo – e forse dura ancora – in cui parte della critica laicistica alla Chiesa cattolica era solita additare segni di debolezza ogniqualvolta un Pontefice esprimeva un richiamo ai diritti umani e alle Carte internazionali che li avevano codificati.  Come se tali riferimenti – in realtà, non troppo frequenti e mai incondizionati – significassero, prima d’altro, l’implicito riconoscimento dell’universalità e della prevalenza della cultura laica e moderna dei diritti sul messaggio religioso del Vangelo, capace di incidere, per forza di cose, solo sull’umanità credente e cristiana, e per di più con le secolari sedimentazioni della teologia e del diritto canonico. Una resa, in parole povere, della cultura religiosa e cattolica ai progressi etici dello spirito laico e illuminista che era riuscito a formulare, filosoficamente e giuridicamente, concetti come “dignità della persona”, “libertà di espressione”, “libertà di movimento”, “diritto alla vita”, ecc., nonché a farli valere – ma solo in linea di principio! – per tutti gli esseri umani.
Non mi attardo a questionare sulla fondatezza di queste argomentazioni, che allargherebbe a dismisura il raggio del ragionamento e allontanerebbe dall’attualità. Sta di fatto che, lunedì scorso, è risultato sconcertante ascoltare l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la Sicurezza, Federica Mogherini, prendere a prestito, davanti all’algida platea del Consiglio di Sicurezza ONU, una recente espressione di papa Francesco – la loro [dei profughi] storia ci fa piangere, ci fa vergognare – in un discorso che, tra le tante cose, chiedeva l’autorizzazione a intervenire con la forza (militare) per contrastare i traffici di esseri umani.
Sconcertante, non per la grossolana estrapolazione che di queste parole è stata fatta, e nemmeno per il loro uso assai poco in linea con il magistero “antimilitarista” e “pacifista” (mi si passino tali semplificazioni) di questo Pontefice, che sta segnando una palese discontinuità con la Chiesa di Giovanni Paolo II. Chi scrive, infatti, conserva ancora bene nella memoria l’atteggiamento favorevole del Vaticano verso l’”ingerenza umanitaria” al tempo della crisi nella ex-Jugoslavia, e i tanti appigli di sostegno che la Segreteria di Stato del tempo andava cercando nei meandri della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (non certo nel Nuovo Testamento). Allora, si potrebbe osservare, l’operazione procedeva esattamente nel verso opposto a quello attuale: la Chiesa si aggrappava alle Carte internazionali, e non alla propria dottrina. Perché la maggiore autorità morale a livello globale risiedeva forse nelle prime – nel Libro laico dei diritti universali.
Ecco la ragione più profonda dello sconcerto odierno: l’attuale mancanza di credibilità etica, prima ancora che politica, dell’Unione Europea e della cultura laica che dovrebbe esprimerla, la sua debolezza a livello globale, l’impotenza ad applicare concretamente quei diritti sui cui ha inteso fondarsi e sulla base dei quali non riesce trovare ragione a un intervento militare gravido di rischi per le stesse vittime dei trafficanti.
Al punto da riferirsi, impudicamente o, forse, disperatamente, a questo Papa, nell’estremo e goffo tentativo di giustificare un possibile intervento militare nelle acque libiche, che si candeggerà, ancora una volta, con l’aggettivo “umanitario”.

Davide Rigallo