Immunità fisica, purezza culturale, distanziamento sociale: Covid-19 e crisi dell’approccio interculturale

di Davide Rigallo 


Gran parte del formulario interculturale elaborato negli anni Novanta utilizza il lessico sanitario per ribaltarne il valore originario: ossia, da negativo mutarlo in qualcosa di positivo. Esemplare, al riguardo, è il verbo contaminarsi, il quale, ben lungi dal significare un contagio virale, è stato spesso usato per rappresentare la commistione culturale tra gruppi umani diversi che condividono uno stesso spazio. In questo senso, le migrazioni sono, sì, vettori di contaminazioni, ma vettori tutt’altro che patogeni, giacché, nella prospettiva interculturale, le commistioni rappresentano la fisiologia di un corpo sociale, non certo la sua malattia.
Contaminazioni, ibridazioni, métissage sono fenomeni che segnano lo sviluppo di una comunità attraverso dinamiche di selezione e assimilazione non sempre lineari e prive di tensioni, ma comunque necessarie per non avvitarsi su se stessi e replicarsi inalterabilmente uguali. Sono fenomeni, soprattutto, che implicano la vicinanza delle persone tra loro, la compenetrazione dei loro vissuti, dei loro retaggi, dei loro istinti, dei loro saperi. La società multiculturale è il contrario della purezza, dell’integrità intonsa e asettica che molte linee di pensiero tradizionalista dei secoli scorsi hanno elevato a modello primaziale con conseguenze spesso efferate (basti osservare che, pur nella loro diversità, colonialismo e nazismo si sono cibati proprio di quel cibo). La società multiumana (mi si passi il neologismo) della prospettiva interculturale è profondamente impura, sintesi stratificata di più contaminazioni, risultato di più crisi conflittuali ma, proprio per questo, in possesso degli anticorpi utili ad affrontarle ogniqualvolta si ripresentino.

Con l’emergenza sanitaria scatenata dal Covid_19 l’approccio interculturale sembra essere andato irreversibilmente in crisi. Già ampiamente messo da parte negli anni più recenti, relegato a teoria inconcludente sul piano pratico, il suo lessico è capitolato sotto la scure politica e mediatica (non certo per ragioni strettamente mediche) dell’approccio adottato per limitare il contagio del virus.
Non è questa la sede adatta per esaminare l’efficacia e l’opportunità dei singoli provvedimenti: la complessità e la gravità dell’evento vietano qualsiasi semplificazione, assai facile ad essere fraintesa.
Ci limitiamo, invece, a osservare come certe espressioni amplificate a dismisura durante l’emergenza traducano un modello di organizzazione sociale radicalmente contrario a quello interculturale, ostentato in nome di una prevenzione sanitaria che, a volte, sfiora l’eugenetica.
La prima e più appariscente di queste espressioni è certamente distanziamento sociale. Fermo restando che una ragionevole distanza ostacola la trasmissione dei virus, è sull’aggettivo sociale che cadono le critiche maggiori. Decontestualizzato dal presente, distanziamento sociale ricalca troppo da vicino la civiltà a compartimenti stagno descritta da Marguerite Yourcenar in una delle pagine più intense de Il tempo, grande scultore, dove ciascuno, rinchiuso nel proprio perimetro calpestabile, risulta incapace di accorgersi dell’orrore che si sta consumando dietro la parete di fianco. Meglio, molto meglio, sarebbe stato distanziamento fisico e, meglio ancora, distanza di sicurezza interpersonale (troppo lunga, forse? poco memorizzabile e non d’impatto?) .
Altra parola ambigua è confinamento. I confinati, nel corrente contesto emergenziale, sono i malati, ossia i contagiati, sempre più qualificati come responsabili, se non addirittura rei, della propria malattia. In quanto potenziali vettori del virus, sono considerati un pericolo e, quindi, da isolare (ovvero, confinare) nelle proprie abitazioni sino alla certificazione della completa guarigione. A rigore, niente a che vedere, quindi, con i sovversivi antifascisti confinati dal Duce su isole-carceri irraggiungibili; e neanche con quei mafiosi che, in epoca più recente, sono stati mandati al confino, ossia in regioni lontane dai luoghi in cui conducevano i loro traffici criminosi. Eppure, nella scelta di questa parola s’intravvede più di un’assonanza con i concetti di colpa e di condanna, un retaggio forse malcelato di quell’antica immagine dell’untore costruita per appioppare comunque un responsabile a un fenomeno così sfuggente quale è un’epidemia.
A scanso di equivoci, mi ripeto: qui non è in discussione l’utilità della quarantena per chi ha contratto il virus, ma le parole scelte per descriverne la condizione.
L’ultima espressione che, in ordine di tempo, ha ferito le nostre orecchie riguarda il prossimo e auspicabile ritorno in classe di ragazze e ragazzi che hanno visto il loro tempo scolastico sospeso (e un buon lasso di istruzione probabilmente perduto). In questo caso il distanziamento indicato non è sociale. O meglio: lo è ugualmente, ma si dota di un requisito inaspettatamente barocco come quello delle rime buccali. Laddove per rima buccale si deve intendere l’apertura delimitata dalle labbra a forma di fessura trasversale tra le due guance (buccae). Nel secentesco burocratese del Comitato Tecnico Scientifico del Ministero dell’Istruzione, a farne le spese arriva persino l’elegante os del latino classico, soppiantato, senza giustificata ragione filologica, dal tardivo bucca! Che dire: in fondo siamo in un contesto di istruzione, no?

Una società è sempre le sue parole. Il modello che si delinea dalle espressioni di questa emergenza sanitaria è quello di una comunità che si vorrebbe atomizzata nei suoi elementi, isolata nei suoi singoli corpi, quasi privata della complessità dovuta al loro essere persona. Potenzialmente contagiabili dal virus, i corpi possono, anzi debbono, vivere confinati, nella limitazione dei propri rapporti e dei propri spostamenti, costantemente monitorati sul loro stato di salute, vigilati sulla loro possibilità di infettare altri corpi. Laddove il distanziamento non è possibile, sono create barriere artificiali. Distanza è la parola più ricorrente sui media, seguita a ruota da protezione, prevenzione, controllo, igiene, immunità.
Un linguaggio che ricalca molto l’ideale eugenetico del corpo biologicamente incontaminato, inattaccabile da qualsiasi agente patogeno – perché da questo rifugge, isolandosi continuamente. Corpi, dunque, e non persone dotate di una loro psicologia e di una loro socialità. Corpi che, nei modelli matematici associate alle molte, troppe logorree virologiche di questi mesi, figurano ridotti a dati numerici (talvolta, addirittura frazionati) sopra curve e diagrammi.
Immunità fisica, purezza, distanziamento sociale, confinamento hanno sostituito termini come vicinanza, condivisione, ponti, dialogo, scambio e altro gergo interculturale, i quali, improvvisamente, sono passati a esprimere comportamenti rischiosi, quando non illegali. E per questa ragione risultano banditi, insieme al modello sociale che volevano tratteggiare. Non sappiamo per quanto lo saranno ancora, o se mai potranno riacquistare cittadinanza nelle rappresentazioni sociali della realtà. La notte che stiamo faticosamente attraversando sembra infatti avere scavato cesure più profonde di quelle che chiunque poteva immaginare: cesure che escludono qualsiasi elemento di pensiero interculturale.

 



 

 

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